Sull’esperienza reale di partecipazione giovanile che è stata sperimentata in diverse città italiane amministrate dal “centrosinistra”, ma quella più nota e strutturata è sperimentata a:
Padova
Qui è stato sviluppato un modello interessante chiamato (in varie forme nel tempo):
Consiglio Comunale dei Giovani
Consulta dei Giovani
percorsi di bilancio partecipativo giovanile
Come funziona (in sintesi)
Nel caso di Padova e di esperienze simili:
I giovani (di solito tra i 16 e i 30 anni) partecipano a organismi consultivi ufficiali
Alcune delibere o progetti comunali vengono:
presentati ai giovani
discussi in assemblee o tavoli tematici
sottoposti a “pareri non vincolanti”
In alcuni casi i giovani:
propongono direttamente iniziative
gestiscono quote di budget (bilancio partecipativo)
Non è quindi un vero “referendum giovanile vincolante”, ma un parere consultivo strutturato.
Esperienze analoghe esistono anche in:
Bologna → molto attiva su partecipazione e consulte
Milano → consulte e forum giovani + bilancio partecipativo
Torino → consulte giovanili e co-progettazione
Il punto politico interessante vicino alla nostra ricerca
Questo tipo di strumenti:
non sposta davvero il potere decisionale
ma introduce un primo livello di:
ascolto strutturato
coinvolgimento civico
formazione politica dei giovani
È una forma “debole” rispetto al modello che stiamo sviluppando con ACAiM (referendum propositivo vincolante), ma rappresenta un precedente istituzionale utile.
Quello che viene presentato come coinvolgimento dei giovani nelle decisioni comunali è, nella maggior parte dei casi, un’operazione più simbolica che sostanziale.
Si istituiscono consulte, consigli dei giovani, tavoli di confronto. Si ascoltano opinioni, si raccolgono pareri, si organizzano incontri. Ma alla fine, chi decide resta sempre lo stesso: l’organo politico eletto.
E allora è legittimo porsi alcune domande.
Perché solo i giovani?
Se la partecipazione è un valore democratico, dovrebbe riguardare tutti i cittadini, non una categoria selezionata. Il rischio è che si trasformi in una forma di rappresentazione parziale, utile più a costruire consenso che a rafforzare la democrazia.
Perché ascoltare e non decidere?
Se il parere dei cittadini non è vincolante, resta un gesto consultivo privo di reale incidenza. Si crea l’illusione di partecipare, senza trasferire alcun potere decisionale.
Non è forse una forma di paternalismo istituzionale?
Si concede uno spazio, ma lo si mantiene sotto controllo. Si dà voce, ma non si riconosce autorità. È una partecipazione guidata, che non mette mai in discussione l’equilibrio del potere.
Questo modello rischia di essere fuorviante:
perché educa alla partecipazione senza responsabilità
perché abitua all’ascolto senza conseguenze
perché trasforma il cittadino in interlocutore, ma non in decisore
E’ una pratica di alcuni partiti che promuovono una finta partecipazione. Se partecipo devo poter incidere nelle decisioni.
Altrimenti diventa una forma di ipocrisia istituzionale velata di apertura.
La vera domanda allora non è come ascoltare di più, ma come restituire il potere decisionale ai cittadini.
Non consulte, ma strumenti vincolanti.
Non partecipazione simbolica, ma democrazia sostanziale.
Perché la democrazia non è essere ascoltati.
È poter decidere.
