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Associazione Culturale Cittadini Attivi in Movimento 

Le esperienze della partecipazione giovanile alla "cosa" pubblica

2026-03-30 17:19

Vincenzo Fiore

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Le esperienze della partecipazione giovanile alla "cosa" pubblica

Sull’esperienza reale di partecipazione giovanile che è stata sperimentata in diverse città italiane amministrate dal “centrosinistra”, ma quella più

Sull’esperienza reale di partecipazione giovanile che è stata sperimentata in diverse città italiane amministrate dal “centrosinistra”, ma quella più nota e strutturata è sperimentata a:

Padova

Qui è stato sviluppato un modello interessante chiamato (in varie forme nel tempo):

Consiglio Comunale dei Giovani

Consulta dei Giovani

percorsi di bilancio partecipativo giovanile

Come funziona (in sintesi)

Nel caso di Padova e di esperienze simili:

I giovani (di solito tra i 16 e i 30 anni) partecipano a organismi consultivi ufficiali

Alcune delibere o progetti comunali vengono:

presentati ai giovani

discussi in assemblee o tavoli tematici

sottoposti a “pareri non vincolanti

In alcuni casi i giovani:

propongono direttamente iniziative

gestiscono quote di budget (bilancio partecipativo)

Non è quindi un vero “referendum giovanile vincolante”, ma un parere consultivo strutturato.

Esperienze analoghe esistono anche in:

Bologna → molto attiva su partecipazione e consulte

Milano → consulte e forum giovani + bilancio partecipativo

Torino → consulte giovanili e co-progettazione

Il punto politico interessante vicino alla nostra ricerca

Questo tipo di strumenti:

non sposta davvero il potere decisionale

ma introduce un primo livello di:

ascolto strutturato

coinvolgimento civico

formazione politica dei giovani

È una forma “debole” rispetto al modello che stiamo sviluppando con ACAiM (referendum propositivo vincolante), ma rappresenta un precedente istituzionale utile.

Quello che viene presentato come coinvolgimento dei giovani nelle decisioni comunali è, nella maggior parte dei casi, un’operazione più simbolica che sostanziale.

Si istituiscono consulte, consigli dei giovani, tavoli di confronto. Si ascoltano opinioni, si raccolgono pareri, si organizzano incontri. Ma alla fine, chi decide resta sempre lo stesso: l’organo politico eletto.

E allora è legittimo porsi alcune domande.

Perché solo i giovani?
 Se la partecipazione è un valore democratico, dovrebbe riguardare tutti i cittadini, non una categoria selezionata. Il rischio è che si trasformi in una forma di rappresentazione parziale, utile più a costruire consenso che a rafforzare la democrazia.

Perché ascoltare e non decidere?
 Se il parere dei cittadini non è vincolante, resta un gesto consultivo privo di reale incidenza. Si crea l’illusione di partecipare, senza trasferire alcun potere decisionale.

Non è forse una forma di paternalismo istituzionale?
 Si concede uno spazio, ma lo si mantiene sotto controllo. Si dà voce, ma non si riconosce autorità. È una partecipazione guidata, che non mette mai in discussione l’equilibrio del potere.

Questo modello rischia di essere fuorviante:

perché educa alla partecipazione senza responsabilità

perché abitua all’ascolto senza conseguenze

perché trasforma il cittadino in interlocutore, ma non in decisore

E’ una pratica di alcuni partiti che promuovono una finta partecipazione. Se partecipo devo poter incidere nelle decisioni.

Altrimenti diventa una forma di ipocrisia istituzionale velata di apertura.

La vera domanda allora non è come ascoltare di più, ma come restituire il potere decisionale ai cittadini.

Non consulte, ma strumenti vincolanti.
 Non partecipazione simbolica, ma democrazia sostanziale.

Perché la democrazia non è essere ascoltati.
 È poter decidere.