La riforma della giustizia, ovvero come delegittimare l’unico potere dello Stato che NON risponde al governo-
La “riforma della giustizia” attuale in Italia ruota attorno a vari punti, ma uno dei più dirompenti e dibattuti è proprio quello della cosiddetta Separazione delle carriere dei magistrati (magistrati “requirenti” vs “giudicanti”). Ecco cosa prevede concretamente — e quali sono le criticità secondo chi, come probabilmente l’associazione ACAiM, guarda con attenzione un aspetto così strutturale del sistema di giustizia anche dal punto di vista del “Governo do Tutti”, la proposta di ACAiM per cambiare il paese-.
Cosa prevede la riforma: le “carriere separate”
La riforma approvata il 30 ottobre 2025 introduce due percorsi distinti per magistrati che fanno le indagini (i pubblici ministeri – pm) e magistrati che giudicano (giudici). Wikipedia+2Sky TG24+2
Di conseguenza vengono creati due organi di autogoverno distinti: due Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), uno per la magistratura requirente e uno per quella giudicante — fino ad oggi esisteva un solo CSM che copriva entrambi i ruoli. Associazione Magistrati+2La Via Libera+2
È prevista l’istituzione di una Alta Corte Disciplinare, unica, che gestirà i procedimenti disciplinari nei confronti di tutti i magistrati. Internazionale+2La Magistratura+2
I concorsi d’ingresso saranno separati: chi vuole diventare pm gareggerà per una “magistratura requirente”, chi vuole diventare giudice per la “magistratura giudicante”. Dopo la scelta iniziale, non sarà più possibile cambiare funzione. Pagella Politica+2Unicost+2
L’idea dichiarata dei sostenitori della riforma: garantire la massima terzietà del giudice, eliminando ogni potenziale conflitto interno fra chi fa l’accusa e chi poi giudica, e chiarire responsabilità e ruoli. Referendum Giustizia Giusta+2La Magistratura+2
Critiche e rischi attesi — perché la “carriera separata” è controversa
Non manca chi — magistrati, giuristi, associazioni — vede nella separazione più rischi e infidi allusioni, dice ACAiM, che vantaggi. Alcuni dei principali punti critici:
Il nuovo assetto può indebolire l’attuale equilibrio interno della magistratura: secondo chi critica la riforma, la “unità della magistratura” è un valore fondamentale per garantire anche indipendenza e pluralismo al suo interno. Associazione Magistrati+2Giustizia Insieme+2
Separare rigidamente pm e giudici può in realtà rafforzare il potere dell’accusa (cioè i pm), rendendolo più simile a un “avvocato dell’accusa” — e snaturare il principio del “pubblico ministero come cercatore della verità”, piuttosto che “parte”. Soardi Studio Legale+2famigliacristiana.it+2
Alcune analisi evidenziano che la separazione, da sola, non risolve i veri problemi: efficienza, tempi processuali, carichi di lavoro, indipendenza effettiva — e anzi, in alcune ipotesi, può peggiorare la coordinazione tra indagini e giudizio. Questione Giustizia+2La Via Libera+2
Da un punto di vista istituzionale, trasformare con legge costituzionale un assetto che ha resistito decenni significa imprimere una scelta strategica molto importante: il rischio è che l’indipendenza venga interpretata in modo diverso da futuri governi. Alcuni sostengono che si tratta di una riforma “politica” più che “tecnica”. Associazione Magistrati+2Unicost+2
Perché secondo (o per come potrebbe ragionare) ACAiM — e più in generale una visione critica — la “questione” è profonda
Se consideriamo la missione associativa di ACAiM — che come è noto mira a promuovere “spazi di democrazia partecipativa” e certamente si interessa anche di giustizia, trasparenza, equità — ci sono almeno alcune ragioni per guardare con sospetto a questa riforma:
Una magistratura divisa in due “corpi” separati rischia di compromettere la coesione interna di un’istituzione chiave per la democrazia (la magistratura), rendendo più fragile quella solidarietà interna che consente di resistere a pressioni esterne.
Se il pm viene “avvicinato” (nella struttura, nei poteri, nella carriera) al modello accusatorio — cioè di “parte” — questo può rischiare di indebolire la fiducia nella funzione di garanzia che la giustizia dovrebbe offrire al cittadino, specialmente al più debole.
La gestione separata (due CSM, nuova Corte disciplinare…) potrebbe portare a maggiore complessità e frammentazione, con il rischio di un sistema meno trasparente e più burocratico — il che può rappresentare un ostacolo per un sistema davvero partecipativo, accessibile e equo.
Da un punto di vista democratico e di diritti, la riforma cambia in profondità l’assetto costituzionale — una decisione che, secondo approcci attenti alla sovranità popolare e alla partecipazione civica (come credo sia tra i valori di ACAiM), andrebbe adottata solo dopo un ampio dibattito sociale, non come misura tecnica decisa “dall’alto”.
Lo stato attuale & cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Il provvedimento di riforma è stato approvato definitivamente dal Parlamento il 30 ottobre 2025. Wikipedia+2Sky TG24+2
Poiché non ha raccolto la maggioranza dei due terzi, la legge è ora soggetta a un referendum confermativo, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Wikipedia+1
Nei prossimi mesi sarà quindi decisivo il voto popolare: sarà l’occasione per la società — e per associazioni civiche e culturali come ACAiM — di farsi sentire, portare dibattito, chiarire rischi e opportunità.
Nel dare un parere alla questione trattata due punti fondamentali ritengo meritino di essere approfonditi:
- la riforma parte da un presupposto culturale — e questo è il vero nodo politico — secondo cui il giudice non sarebbe effettivamente terzo, perché influenzabile dal fatto che pm e giudici appartengono allo stesso corpo.
È un presupposto che implica sfiducia strutturale nella magistratura, ed è per questo che lo trovo controverso e lo è davvero.
Vediamo perché.
A1. Il presupposto di fondo: “se stanno nello stesso corpo, il giudice non è terzo”
I sostenitori della riforma dicono:
«Per garantire un giudice imparziale, bisogna separare i pm dai giudici, altrimenti c’è un conflitto interno.»
Ma questo presuppone una cosa molto pesante:
che oggi il giudice non sappia o non voglia essere terzo.
In altre parole:
il giudice non è indipendente, o
il giudice non è abbastanza serio da non farsi condizionare, o
il giudice, condividendo carriera e organo di autogoverno con il pm, in qualche modo parteggi per lui.
È una visione che mette in dubbio l’etica professionale del giudice, la qualità della sua formazione e perfino il funzionamento costituzionale del ruolo.
A2. Perché è un presupposto sbagliato (sia giuridicamente che logicamente)
2.1 Sbagliato giuridicamente
L’imparzialità del giudice non deriva dalla distanza dal pm.
Deriva da:
norme costituzionali (artt. 101–111),
incompatibilità funzionali,
obbligo di astensione,
controllo del CSM,
giurisprudenza consolidata.
La “contiguità istituzionale” non ha mai significato “contiguità di giudizio”.
Sbagliato logicamente
Se il giudice fosse davvero corruttibile o condizionabile solo perché “sta nello stesso corpo”:
perché non sarebbe corruttibile anche rispetto al potere politico che nomina i vertici istituzionali?
perché non sarebbe corruttibile da pressioni mediatiche, economiche, sociali?
perché dovrebbe cambiare qualcosa dividendo due CSM?
L’argomento non sta in piedi:
se la terzietà dipendesse dalle stanze fisiche o dalle sigle istituzionali, allora non esisterebbe alcuna professione autonoma nel mondo.
A3. Il giudice è già terzo — perché ha doveri e vincoli più forti di qualsiasi altro potere
Il giudice ha:
l’obbligo del giudizio sulla prova,
l’obbligo del contraddittorio,
la responsabilità di motivare ogni decisione,
la possibilità di essere impugnato,
il rischio disciplinare,
la vigilanza dei gradi superiori.
Se il pm sbaglia, il giudice può demolire tutto.
Questo accade quotidianamente:
assoluzioni, annullamenti, proscioglimenti.
Il giudice non è un collega compiacente: è il primo controllore dell’accusa.
A4. Separare le carriere NON aumenta la terzietà — ma cambia la natura del pm
Ed ecco il punto decisivo:
la separazione non rafforza il giudice, rafforza l’accusa.
Perché?
Perché il pm diventa una “parte” simile a quella dei modelli anglosassoni.
Cioè:
costruisce una strategia di parte,
non ha più il dovere costituzionale di “cercare la verità”,
ha una carriera separata che può diventare più gerarchica e più politicizzata.
Il pm si avvicina al potere esecutivo.
E questa è la vera preoccupazione democratica.
A5. Secondo una prospettiva come quella di ACAiM, dove sta il vero problema?
ACAiM si fonda sull’idea che lo Stato debba essere:
dei cittadini,
trasparente,
non verticalizzato,
non controllato da logiche di potere.
Da questo punto di vista:
La separazione delle carriere non mira alla “terzietà del giudice”,
ma a spostare gli equilibri del sistema, togliendo peso all’uniformità della magistratura e creando due blocchi più deboli e più esposti alle pressioni politiche.
La questione quindi non è tecnico-giuridica.
È politica e culturale:
vuoi una magistratura unita e autonoma?
oppure
due corpi distinti, più controllabili dall’esterno?
Per ACAiM la domanda diventa:
la riforma aumenta il potere dei cittadini sulla giustizia o aumenta il potere dei governi sui magistrati?
E la risposta — guardando ai modelli comparati — è piuttosto chiara.
A6. Dove sta allora il vero “pericolo” della logica dei sostenitori della riforma?
Nel creare un clima culturale secondo cui:
il giudice non è affidabile,
va tenuto a distanza,
va “normalizzato”,
va separato da chi indaga.
È un modo sottile per delegittimare l’unico potere dello Stato che NON risponde al governo, ma soltanto alla legge.
E uno Stato democratico sano dovrebbe preoccuparsi dell’esatto opposto.
B) Perché “separare” non significa “rendere più giusto”
B1. Il giudice oggi è già terzo
Il giudice non lavora con il pm.
Non fa indagini, non costruisce l’accusa, non “è amico” del pm.
Il giudice controlla il pm e può smontare tutta l’indagine se non regge alle prove.
- Separare le carriere non cambia questo: il giudice resta comunque un terzo che applica la legge.
B2. La riforma parte dall’idea sbagliata
I promotori dicono:
“Se pm e giudici stanno nello stesso corpo, allora il giudice non è davvero indipendente.”
Ma questo significa pensare che:
il giudice non sia professionale,
non sappia resistere alle pressioni,
non rispetti il suo ruolo.
È un presupposto offensivo per chi ogni giorno difende i diritti dei cittadini.
B3. Il vero rischio è che il pm diventi più potente
Se si crea una carriera separata per i pubblici ministeri:
avranno un organo di autogoverno tutto loro,
saranno più gerarchizzati,
saranno più vicini al potere esecutivo,
diventeranno più simili all’avvocato dell’accusa dei sistemi anglosassoni.
La riforma non rafforza il giudice. Rafforza chi accusa.
E quando l’accusa diventa troppo forte, il rischio è che i diritti del cittadino più debole si assottiglino.
B4. I problemi veri della giustizia non sono toccati
La riforma:
- non riduce i tempi dei processi
- non aumenta il numero dei giudici
- non migliora gli uffici giudiziari
- non snellisce i procedimenti
- non aumenta le risorse tecnologiche
- non riduce gli errori giudiziari
È come cambiare il colore dei treni, sostenendo che migliori le ferrovie, senza aggiungere binari o servizi e personale.
B5. Dividere un corpo unico indebolisce la magistratura
Oggi pm e giudici appartengono allo stesso ordine per garantire una cosa importantissima:
- l’indipendenza da ogni potere politico.
Dividere significa creare due strutture più piccole, più fragili e più esposte alle pressioni esterne.
Chi ci guadagna?
Non il cittadino.
Ma chi, in futuro, vorrà avere più voce sulla gestione della giustizia.
B6. La giustizia non è un ingranaggio tecnico: è un potere dello Stato
E deve restare:
autonomo,
forte,
indipendente,
difficile da controllare.
La riforma fa l’opposto:
smonta un pezzo alla volta un equilibrio che serve a tutti, soprattutto ai più deboli.
B7. La domanda chiave da fare ai cittadini
“Questa riforma aumenta il vostro potere nei confronti dello Stato…
oppure aumenta il potere dello Stato nei confronti di voi cittadini?”
Se la risposta è la seconda — come sembra — allora la riforma non è un passo avanti, ma un passo indietro.
APPROFONDIMENTO:
perché trasformare il PM in una “parte” indebolisce la funzione di garanzia verso il cittadino (soprattutto il più debole)
️⃣ Oggi il PM italiano non è una “parte pura”
Per Costituzione (art. 112), il pubblico ministero italiano ha un dovere fondamentale:
esercitare l’azione penale anche a favore dell’imputato, se emergono elementi a suo vantaggio.
È un obbligo che nei modelli accusatori “puri” (USA, Regno Unito) non esiste.
Questo significa che, oggi, il PM non è come l’avvocato dell’accusa che vuole solo “vincere” il processo.
È una figura ibrida, unica:
cerca le prove che confermano l’accusa,
ma deve cercare anche quelle che la smontano,
e deve chiederne l’assoluzione se le prove cadono.
È una funzione di garanzia: tutela l’interesse generale, non quello di una parte contro l’altra.
️⃣ Con la separazione delle carriere, il PM perde progressivamente questo ruolo
L’allontanamento strutturale dal giudice, con:
un concorso separato,
un CSM separato,
una cultura professionale separata,
un percorso di carriera diverso,
una possibile maggiore gerarchizzazione,
spinge il PM verso una identità più marcata: quella della parte accusatoria pura.
Non è un effetto immediato, ma è un effetto culturale e sistemico, e nei sistemi giudiziari questo conta tantissimo.
Il PM diventa meno “garante della legalità” e più “avvocato dell’accusa”.
️⃣ Se il PM diventa “parte”, chi garantisce il cittadino?
Nei sistemi accusatori puri (USA), la bilancia è questa:
da un lato l’accusa (fortissima, con risorse enormi),
dall’altro la difesa (spesso povera),
al centro il giudice come arbitro.
Il modello italiano attuale non è così:
la nostra Costituzione ha costruito un equilibrio tripolare:
il PM come garante della legalità,
il giudice come garante del giudizio,
la difesa come garante dei diritti dell’imputato.
Se togli questo equilibrio e fai scivolare il PM verso il modello anglosassone, succede una cosa semplice:
il cittadino debole rimane schiacciato tra un'accusa più forte e una difesa più fragile.
️⃣ Effetti concreti su un cittadino comune (che nessuno dice)
A) Più pressione durante le indagini
Un PM “di parte” tenderà a:
spingere di più verso il rinvio a giudizio,
usare di più misure cautelari,
essere meno disponibile a valutare elementi a favore dell’indagato.
B) Più difficoltà per chi non ha soldi
Una difesa povera contro un’accusa più aggressiva finisce in netto svantaggio.
Il PM oggi supplisce spesso alle carenze della difesa cercando anche elementi “a favore”.
Se il PM diventa parte:
chi non può permettersi un avvocato bravo rischia enormemente di più.
C) Minor equilibrio psicologico nel processo
Il giudice oggi vede il PM come un soggetto istituzionale imparziale.
Domani lo vedrà come una parte pura.
Questo cambia il modo in cui il giudice interpreta:
richieste,
prove,
misure,
indizi.
Una parte partita per “vincere” spinge diversamente.
️⃣ Perché questo colpisce soprattutto il cittadino più debole?
Perché il potere d'accusa è, per sua natura, uno degli strumenti più forti dello Stato.
Se non è bilanciato:
chi ha cultura, soldi e avvocati può difendersi,
chi non li ha, no.
Nei sistemi accusatori puri, non è un caso che:
i poveri finiscono più facilmente in carcere,
gli errori giudiziari aumentano,
le condanne patteggiate sotto pressione sono più comuni.
Il PM “di parte” è strutturalmente meno interessato a verificare ogni possibile via d’uscita dall’accusa.
️⃣ La fiducia del cittadino crolla quando le istituzioni sembrano schierate
La giustizia funziona solo se il cittadino crede che:
lo Stato non sia contro di lui a prescindere.
Un PM garante è credibile.
Un PM “di parte” puro lo è meno.
Se il cittadino sente che l’accusa ha troppo potere, la giustizia non è più percepita come tutela, ma come minaccia.
Ed è qui che la riforma diventa profondamente politica:
Cambia il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato.
️⃣ Perché per una realtà come ACAiM questo è un punto ideologico centrale
ACAiM parte dall’idea che lo Stato debba garantire diritti primari e protezione, non diventare un apparato ostile o distante.
Un PM “garante della legalità” è coerente con questa visione.
Un PM “partigiano dell’accusa” no. Significa spostare la giustizia:
da un’ottica di tutela dei diritti, → a un’ottica di contrapposizione processuale.
Il rischio è che chi ha meno voce nella società — poveri, migranti, persone senza istruzione, senza rete — finisca più facilmente stritolato nei procedimenti.
La separazione delle carriere, da sola, non rende il giudice più terzo.
Trasforma profondamente il ruolo del PM.
E questa trasformazione porta a una giustizia: più simile a una competizione,
meno simile a un servizio pubblico, più dura con i deboli, più favorevole a chi ha risorse,
meno garante dei diritti fondamentali. Questo è il vero cuore del problema.
