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La Costituzione tradita

2025-11-01 12:23

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La Costituzione tradita

La Costituzione non ha mai previsto che i partiti fossero i titolari del potereIntroduzione: una verità dimenticata 1- PremessaDa oltre settant’anni,

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La Costituzione non ha mai previsto che i partiti fossero i titolari del potere

Introduzione: una verità dimenticata

 

1- Premessa

Da oltre settant’anni, la vita politica italiana sembra ruotare intorno ai partiti. Essi decidono chi può essere eletto, chi può governare, chi deve tacere o uscire di scena. Nella percezione comune, i partiti sono il potere.

Eppure, questa visione è un tradimento del dettato costituzionale.

La Costituzione della Repubblica Italiana non ha mai previsto che i partiti fossero i titolari del potere politico.

Li ha riconosciuti come strumenti di partecipazione dei cittadini, non come centri di comando.

Il potere, nella Costituzione, appartiene al popolo e viene esercitato nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legge fondamentale, non dai vertici di un partito.

 

- L’articolo 49: i partiti come strumenti, non come padroni

 

Il cuore del discorso si trova in un solo, breve articolo:

 

Articolo 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

 

Questa norma non istituisce alcun “potere dei partiti”.

Essa riconosce un diritto dei cittadini: quello di unirsi liberamente per contribuire, con metodo democratico, alla formazione della volontà politica nazionale.

Il soggetto attivo è il cittadino, non il partito.

Il verbo è “concorrono”, non “esercitano” né “determinano”.

 

La Costituzione, quindi, non crea i partiti come organi dello Stato né come enti pubblici; li considera libere associazioni di cittadini.

La loro funzione è quella di facilitare la partecipazione popolare, non di sostituirla.

Dove risiede il potere secondo la Costituzione

 

L’articolo 1 è inequivocabile:

 

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

 

La sovranità, dunque, non appartiene ai partiti.

Appartiene al popolo, che la esercita:

attraverso il voto, tramite i rappresentanti eletti, e mediante gli strumenti di democrazia diretta (referendum, iniziative popolari, petizioni,  la convenzione Aarhus. ecc.).

 

Il Parlamento rappresenta la Nazione intera, non i partiti.

Il Governo esercita il potere esecutivo nel rispetto del Parlamento.

Il Presidente della Repubblica è garante dell’equilibrio tra i poteri e della fedeltà alla Costituzione.

In questo schema, i partiti non compaiono come organi costituzionali: la loro presenza è riconosciuta, ma non è istituzionalmente necessaria.

 

2. Dalla democrazia partecipata alla partitocrazia

 

Con il tempo, però, la prassi politica ha rovesciato lo spirito originario.

Dai primi anni della Repubblica in poi, i partiti — nati come strumenti di libertà, pluralismo e solidarietà — sono diventati apparati di potere, spesso chiusi e autoreferenziali.

La loro degenerazione ha prodotto:

liste bloccate e selezioni dall’alto, che hanno ridotto il potere di scelta dei cittadini;

centralizzazione delle decisioni, con segreterie e leader che sostituiscono le assemblee;

assenza di democrazia interna, in contrasto con il “metodo democratico” previsto dall’art. 49;

occupazione delle istituzioni pubbliche e delle aziende di Stato da parte delle logiche di partito.

 

Questa deriva ha generato la cosiddetta “partitocrazia”, cioè un sistema in cui i partiti, invece di essere strumenti di partecipazione, sono diventati i padroni della rappresentanza.

La volontà popolare, in molti casi, viene filtrata, manipolata o annullata dai vertici delle segreterie.

 

3. Il tradimento dello spirito costituente

 

I padri costituenti, pur provenendo da esperienze politiche diverse, avevano una visione comune:

volevano una Repubblica fondata sulla sovranità popolare, non su oligarchie di partito.

Lo stesso Piero Calamandrei, in un celebre discorso, ammoniva:

“Quando i partiti diventano padroni dello Stato, la libertà dei cittadini è in pericolo.”

L’articolo 49, nel suo significato più profondo, esigeva pluralismo, libertà, trasparenza e democrazia interna.

Ma nessuna legge ha mai regolato davvero i partiti su questi principi.

Essi sono rimasti associazioni private, che però gestiscono un potere pubblico immenso.

Un’anomalia tutta italiana, che ha progressivamente svuotato la sovranità popolare.

 

 4. Riscoprire la democrazia dal basso

 

Oggi, in un tempo di sfiducia e disaffezione, è necessario ritornare al testo costituzionale.

Rimettere al centro il cittadino e non l’apparato.

Promuovere forme nuove di partecipazione:

assemblee civiche territoriali, referendum vincolanti, piattaforme deliberative aperte, bilanci partecipativi, reti di autogoverno locale.

 

Non si tratta di negare la legittimità dei partiti, ma di rimetterli al loro posto: al servizio della comunità, non sopra di essa.

 

5. Riflessioni: tornare alla sovranità dei cittadini

 

La Costituzione italiana è chiara, limpida, e straordinariamente moderna:

il potere appartiene al popolo quali cittadini, non ai partiti.

I partiti non sono il cuore della Repubblica: sono uno dei suoi strumenti, e devono rispettare lo spirito democratico che li giustifica.

 

Finché i partiti resteranno macchine di potere, la Repubblica resterà incompiuta.

Solo restituendo la parola, la responsabilità e la fiducia ai cittadini potremo tornare a essere davvero ciò che la Costituzione voleva:

una democrazia viva, partecipata e sovrana, in cui nessun partito possa mai sostituirsi ai cittadini italiani.