Il senso politico dell’articolo 48 nella visione di ACAiM
L’articolo 48 della Costituzione riconosce a tutti i cittadini, uomini e donne, il diritto di voto, personale, eguale, libero e segreto.
È uno dei cardini della democrazia repubblicana, ma anche uno dei più fraintesi.
Nella pratica, questo diritto si è ridotto a un gesto episodico: la partecipazione limitata al momento elettorale, ogni cinque anni, attraverso la delega ai partiti.
Ma l’articolo 48 non definisce i modi attraverso cui il cittadino deve esercitare il proprio diritto sovrano: affida la materia alla legge ordinaria.
Ed è proprio lì che, nel corso dei decenni, si è prodotto il suo progressivo depotenziamento democratico.
Le leggi elettorali e i regolamenti di partito hanno trasformato il diritto universale di voto in un meccanismo di rappresentanza ristretta, escludendo di fatto la possibilità che i cittadini intervengano direttamente nelle decisioni pubbliche.
Il voto è diventato un atto conclusivo, non l’inizio di un percorso.
ACAiM, al contrario, interpreta l’articolo 48 dal punto di vista dei cittadini, non dei partiti.
Se il voto è personale, libero ed eguale, allora deve poter essere esercitato in ogni momento della vita democratica — non solo nelle urne, ma nelle assemblee, nei referendum propositivi, nei bilanci partecipativi, nei processi di deliberazione pubblica.
Il voto, in questa prospettiva, è un diritto continuo, non occasionale.
In altre parole:
il cittadino non è chiamato solo a scegliere chi governa, ma a contribuire a come si governa;
il voto non è fine della partecipazione, ma forma primaria di autogoverno;
la libertà di voto implica la libertà di informarsi, di deliberare e di proporre.
“La sovranità appartiene al popolo” (art. 1) e “il voto è personale e libero” (art. 48):
tra queste due affermazioni si apre lo spazio della democrazia diretta.
ACAiM vi si colloca pienamente, dando forma concreta a quel diritto che la Costituzione riconosce ma che le leggi non hanno ancora saputo realizzare.
